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Casate con el Minero…

21 gennaio 2009

… por què tiene dinero
y muere primero.

Questo è un simpatico proverbio delle ragazze di Potosi, che si tramanda oramai da 500 anni, e ci ha aiutato un pochino ad entrare nell’ottica del minatore.

Si sa che è uno dei mestieri più duri e strazianti, per anni fatto da schiavi, ma anche ora è qualcosa di necessario e qualcuno lo fa per noi (senza moralismi, c’est la vie).
Un ex-minatore, dopo averci fatto provare la dinamite (davvero elettrizzante), ci ha portato all’interno della miniera, un luogo consacrato al diavolo, a lui si donano foglie di coca, whisky boliviano (alchol puro al 96%) e sigarette. Prima dell’arrivo del turismo non era permesso l’accesso alle donne trae mala suerte. Si lavora respirando polvere e piombo, 10 ore al giorno, masticando coca e bevendo alchol puro per scaldarsi. Ascoltando questo si prova pietá, ma all’interno della miniera c’è la stessa atmosfera della vendemmia in “Fazi-Battaglia”.
Il minatore ha un’altra visione della vita, vive il presente, ora puó permettersi una vita decisamente migliore del contadino, si hanno piú possibilità e piú donne, poi si vedrá.

Il tour sembrava all’inizio una gringata, ma è stato davvero piacevole, ho trovato anche un po’ di pirite “l’oro dei tonti”.

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Odissea “El Misti” (5.822 m)

10 gennaio 2009

Sapevo che sarebbe stata dura respirare l’aria (rarefatta) magica del cratere di questo Apu, ma mai tanto dura…

Si parte la mattina da 3500 metri, dove ci lascia il nostro “affidabile” 4×4.
La nostra affidabile guida German ci dice subito “Meglio prevenire che curare, foglie di coca e llapta (cenere di una pianta che rilascia una sostanza alcalina che reaziona con la coca) per tutti”

Tranquilli tranquilli, con la lingua addormentata dal simpatico composto e varie pause per abituarci all’altitudine  arriviamo dopo 6 ore al campo base (4600 m).
Ottima cena italiana: crema di asparagi, spaghetti al pomodoro con funghi e tonno, mate di coca.
Alle 6 del pomeriggio si va a nanna, ed è abbastanza difficile riuscire a dormire con la tipica emicrania da altitudine, ma ci riusciamo.
1 di notte, colazione abbondante: solito mate di coca e pane con marmellata alle fragole e formaggio di pecora, si parte per la cima.

Inizia ad essere meno di una semplice passeggiata:
- a 5000 sento che qualcosa non va, sará il formaggio di pecora… meglio lasciarlo quì e non portarlo su, e lo rimetto,
- a 5200 sento che qualcos’altro non va, sará il pane, scarico anche questo,
- a 5400 marmellata di fragole e mate di coca.

La mia faccia  ha perso quasi tutta l’abbronzatura, anzi sono verde, ed ogni metro sembra 10, ma grazie alla scarsitá di ossigeno metto in stand-by il cervello e continuo seguendo la guida fino alla cima.
2 ore senza dire una parola e addormentandomi ad ogni pausa (non masticavo + la coca).

Arrivati in cima vivo 5 minuti esaltanti grazie all’adrenalina dell’impresa, mi godo il paesaggio innevato, il sole che piano piano si intravede tra le altre montagne, gli abbracci e le strette di mano con i compagni di viaggio, e ricado nel mio letargo.

In fetta e furia scendiamo per pareti di sabbia e cenere  (divertentissimo!).

Arrivati ai simpatici 2300 di Arequipa mi torna anche la fame, pranzo GRINGO: pizza familiare con musica italiana (x la prima volta in 3 mesi), ce la siamo meritata.

(le foto sono poche: io non riuscivo a scattarle e Federico ha cancellato x sbaglio la memoria della sua macchina)

Ha recuperato quasi tutto, ne aggiungo un po’

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